sabato 5 novembre 2011

IMMAGINI DALLA MANIFESTAZIONE NO PEDEMONTANA VENETA

Alcune immagini della manifestazione di oggi 5 novembre 2011 a Mason contro il progetto di Autostrada Pedemontana Veneta.







Oggi alle ore 17. Si è conclusa la manifestazione a Mason, zona industriale di Villa Raspa, a cui hanno partecipato molte persone (circa 300) in rappresentanza di realtà in lotta o sensibili sul tema dei beni comuni, dalla Piazza dei beni comuni di Vicenza, a Montecchio Slegata, al Comitato di Posina, ai comitati della zona
di Bassano e molti altri.
Tutti hanno portato la loro testimonianza in questo momento significativo della lotta contro la 'Grande Opera' che si vorrebbe pubblica, ma pubblica non è, nè nei guadagni, nè negli scopi nè nel metodo secondo cui è stata progettata.

Dopo l'intervento di BEPI DE MARZI che ha espresso il suo personale dolore nel constatare la rapina e la distruzione ai danni dell'ambiente e della campagna, il corteo si è avviato verso la zona del cantiere percorrendo la strada Gasparona (che verrà scippata come altre strade del percorsoche erano state costruite per togliere il traffico dai paesi). Ci sono stati poi gli interventi di due giovani laureati (e indignati !!) che hanno ricordato quanto quest'opera incide sull'ambiente, distruggendo il terreno agricolo e lasciando al suo posto capannoni per lo più vuoti come quelli che abbiamo potuto vedere ai lati.
Ma la crisi per questi costruttori e asfaltatori non esiste, per loro c'è sempre qualcosa da azzannare.
Al suono di un ottimo jazz, da un certo punto in poi, il corteo si è trasformato in funerale, depositando un cuscino di fiori funebre all'ingresso del cantiere sotto lo sguardo vigile di un nutrito (a nostre spese) schieramento di polizia.
E' il funerale del modello di sviluppo attuale, che certo non ha molte prospettive a giudicare dalla crisi in atto. Ma... c'è vita oltre il capitalismo! Come era scritto su uno degli striscioni appesi alla recinzione. Infatti la società dei beni comuni si avvicina.
La mobilitazione continua!

martedì 1 novembre 2011

AUTOSTRADA VALSUGANA? NON LA VOGLIAMO



Da tempo ormai si parla della necessità di allargare la Strada Statale 47 della Valsugana. Al di là delle questioni tecniche, non tutti però sembrano essere d'accordo sul fatto che più strade portino maggiore sviluppo.  Tra questi c'è anche il Comitato Difesa Salute e Territorio che ha provato a spiegarci, attraverso dei ragionamenti,  le motivazioni che lo spingono ad opporsi al progetto di realizzazione di un' autostrada.

A partire dagli anni sessanta del secolo scorso c'è stato, in Italia, un modello di sviluppo basato sull'espansione continua dell'economia ed in particolare dell'industria. Si produceva di più, per esportare di più ed acquistare di più in modo da poter produrre di più per poter acquistare di più ed esportare di più.
Si è ragionato come se l'interazione di questo ciclo potesse perpetuarsi all'infinito. Sull'altare dell'industrializzazione (ossia della disponibilità di grandi quantità di beni consumabili) sono stati sacrificati, come minimo, la qualità dell'ambiente, del territorio, ma anche della vita e delle relazioni umane e sociali.
In quel periodo, le infrastrutture, sono state un aspetto importante e sottovalutato da parte di chi avrebbe dovuto pianificare lo sviluppo del paese.

Infatti tra gli anni Sessanta e Ottanta sono state realizzate le principali infrastrutture (autostrade, ammodernamento delle ferrovie, elettrodotti, linee telefoniche ) che tuttora attraversano il nostro paese, senza però che dietro di esse ci fosse un disegno organico proiettato verso un futuro a media-lunga distanza temporale. Spesso l'infrastruttura è arrivata in ritardo rispetto alla struttura alla quale avrebbe dovuto erogare servizio, altre volte non è mai arrivata. In altre parole e semplificando al massimo, la mancanza di pianificazione ha fatto si che prima nascessero le fabbriche e poi le strade per collegare le fabbriche al territorio.

Se vogliamo declinare quanto detto sopra nella realtà veneta, dobbiamo partire da due evidenze:
a) la galassia di capannoni ed edifici industriali più o meno grandi spuntati come funghi nel veneto per almeno 30 anni (parzialmente attenuatasi negli utlimi dieci);
b) la costellazione di centri logistici ma soprattutto commerciali e direzionali cresciuti negli utlimi dieci anni e tuttora in espansione. Tutti questi agglomerati sono affogati nel territorio senza collegamento tra loro e senza un piano logico che non sia quello della mera speculazione edilizia.

Qesto modello di sviluppo del territorio, ha generato un progressivo intasamento delle vecchie strade che collegavano i piccoli e medi centri attorno e dentro ai quali sono stati costruiti gli edifici di cui sopra: il traffico generato dallo spostamento di merci e dall'indotto delle attività industriali, artigianali e commercial , ha trovato sbocco su strade concepite in altri periodi e destinate a supportare un traffico più ridotto e di altra natura. Da qui nasce la famosa frase che ci sentiamo ripetere come un mantra ad ogni piè sospinto : "le strade le ghe vole". Questa frase ce la sentiamo ripetere sempre da chi in quegli anni e su quel modello ha fondato il proprio "benessere". Si tratta in genere di persone di una certa età che pensano che il modello che loro conoscono sia l'unico proponibile e realizzabile e che ad esso non vi sia alternativa.

Noi partiamo da un altro punto di vista. Noi pensiamo che occorra pensare tutto il territorio come una grande risorsa da non saccheggiare e violentare con ulteriore asfalto e cemento. La globalizzazione dei mercati che è in atto da almeno dieci anni e la crisi di sistema che attraversiamo dal 2007 ci dovrebbe far capire che il futuro non è più nella crescita illimitata, ma nella ricerca di alternative rispettose del pianeta e delle generazioni che stanno crescendo e che verranno dopo di noi. Noi non torneremo ad essere la Cina d'Europa. Chi produceva merci dozzinali che non hanno bisogno di tecnologia e di manodopera altamente qualificata, ha già da tempo delocalizzato all'estero. Noi dobbiamo tornare a fare due cose: a)quello che sapevamo fare prima dello sviluppo industriale, ossia agricoltura tipica e di qualità b) quello che alcuni (quelli che non hanno delocalizzato) hanno imparato a fare durante lo sviluppo industriale, ossia manufatti di altissima qualità.

In questo contesto, col calo di merci circolanti e conseguentemente del traffico, la costruzione di nuove autostrade, oltre a sottrarre risorse economiche pubbliche a tutti noi (come si capisce nel seguito), è evidentemente inutile e dannosa per il bene comune, ma invece molto utile a chi dalla costruzione e gestione delle stesse trae vantaggio e a chi può disporre dei terreni adiacenti. Oggi la tendenza è di sostituire le strade gratuite con autostrade a pagamento costruite col metodo del progetto di finanza che apparentemente fa pagare al privato i costi per la realizzazione, ma che in realtà pesa sulla comunità e sul singolo cittadino sia che esso fruisca dell'opera finita, sia che non ne fruisca. E' un fatto risaputo che chi utilizza l'autostrada, paga il pedaggio. E' meno risaputo invece, che anche chi non la utilizza paga.

Per la precisione, il cittadino che non la utilizza paga dapprima la quota con la quale il soggetto pubblico finanzia l'opera (una parte del costo totale), e successivamente paga i finanziamenti erogati dall'ente pubblico al concessionario (la società che costruisce e gestisce l'opera in concessione) con meccanismi meno evidenti in caso i flussi di traffico siano inadeguati a garantire le entrate minime al privato.
Un esempio di quanto detto è la Pedemontana Veneta, per la quale se i flussi di traffico saranno inferiori ai 24.000 veicoli al giorno, la Regione Veneto interverrà con denari propri (ossia pubblici, ossia nostri) ed erogherà un contributo pari a 14 milioni di euro anui (per 39 anni), fino al raggiungimento della soglia dei 40.000 veicoli al giorno.

Il progetto Valsugana, per quanto è dato sapere, assomiglia molto a quello della Pedemontana per le modalità con cui verrebbe finanziato (progetto di finanza). La sua realizzazione, per essere economicamente conveniente al privato (che la finanzia) dovrebbe avere flussi di traffico paragonabili al passante di Mestre, con in aggiunta dei pedaggi così alti da renderla l'autostrada più cara d'europa. Chi pagherà allora il mancato guadagno del privato? Esiste una contropartita che potrebbe rendere appetibile la costruzione della

Autostrada Valsugana?
E se dietro al progetto Valsugana, si celasse non un miglioramento della viabilità come da anni richiesto dalla popolazione della Vallata e con tanto di progetti di risoluzione, bensì la creazione di un'asse tra Bassano e Castelfranco lungo il quale sviluppare altrettanti centri commerciali? Potrebbe essere questa la contropartita di cui dicevamo sopra? Noi sappiamo che lungo i 94 chilometri a 6 corsie più complanari lungo i quali correrà la Pedemontana Veneta vi sono 17 aree (quelle attorno ai caselli) ognuna di 12.500.000 mq che sono sottratte alla pianificazione locale e sono demandate alla pianificazione della sola giunta regionale attraverso i cosiddetti progetti strategici.

Lì potrebbero nascere ulteriori poli logistici e centri commerciali senza che le popolazioni locali possano dire la propria opinione. Alcuni tentativi ci sono già stati ad esempio a Breganze con la vicenda Pengo.
Potrebbe essere la Valsugana un altro modo di fare speculazione, visto che il terreno agricolo è sempre più scarso e il terreno costruito sempre di più, e ciononostante ancora il terreno agricolo vale meno del terreno costruito e inutilizzato? Quello che la risposta evoca, dovrebbe farci paura.

E proprio per vincere questa paura, noi dobbiamo porporre l'alternativa, ossia una visione diversa del futuro e dei modelli di vita. Possiamo immaginare un modello di sviluppo e di mobilità alternativo, dove la grossa parte delle merci viaggiano su rotaia e su acqua, dove la banda larga permette ai lavoratori della conoscenza di lavorare da casa propria almeno tre giorni su cinque, dove non si mangiano le ciliegie in inverno facendole arrivare dall'altro lato del pianeta, ma si aspetta la stagione giusta per mangiarle, dove si tende al km zero non solo per l'agricoltura ma anche per il manifatturiero, dove non si comperano tre telefonini all'anno e così via. La lettura della realtà, oggi ci dice che questa è la strada da imboccare. Quelle di asfalto non ci porteranno da nessuna parte.

Comitato Difesa Salute e Territorio Altovicentino-Malo-Valle Agno -Bassano

mercoledì 26 ottobre 2011

MALTEMPO: I GEOLOGI, MANCA LEGGE DI GOVERNO DEL TERRITORIO

L'anno scorso in Veneto, oggi in Liguria e Toscana. Perchè le violenti piogge portano morte e distruzione. L'opinione dei geologi. 


                                                                    Vicenza 2010 

Un territorio violentato e saccheggiato dall’uomo, unito ad un’atavica predisposizione dell’Italia al rischio idrogeologico, e norme urbanistiche arretrate: sono alcune delle cause che insieme spiegano quello che è accaduto in queste ore in Liguria e Toscana, dove le violenti piogge hanno portato morte e devastazione. L’analisi arriva dai geologi italiani, che conoscono bene le caratteristiche del suolo nel nostro paese e i rischi a cui è soggetto, e che ora chiedono con forza una nuova ‘legge di governo del territorio’. Come ci spiega in questa intervista Gian Vito Graziano, presidente del Consiglio nazionale dei Geologi.

Perchè succede quello che abbiamo visto in Liguria, Toscana, o a Roma la settimana scorsa, oppure a Giampilieri, Sarno, Atrani, andando indietro nel tempo?
 Al di là della fragilità atavica del nostro territorio, c’è il problema che nel tempo l’uomo ha continuato a urbanizzare, costruire e consumare suolo. Questo ha fatto sì che diminuisse la capacità del terreno di assorbire l’acqua, con la conseguenza che i fiumi, già saccheggiati e violentati, non riescono più a smaltire questa quantità eccessiva di carico. Bisogna riconcepire le nostre città in modo diverso, perchè i modelli con i quali ci confrontiamo oggi non sono più adatti.

Di solito si dice che le norme ci sono ma non si applicano, voi invece chiedete nuove leggi. Cos’è che manca?
 Una classe politica illuminata dovrebbe capire che il territorio è la più grande infrastruttura che possediamo. E oggi cosa fa il governo per questa infrastruttura? Nulla. Ad esempio non possiamo avere ancora una legge urbanistica del 1942, con una concezione vecchia e ormai superata. Anche le leggi regionali sull’urbanistica, seppure aggiornate, sono rimaste ferme agli anni ‘70-’80. Serve una nuova legge di governo del territorio, un’azione di mitigazione del rischio idrogeologico. Mettere in campo azioni significa cominciare a fare un piano di manutenzione che abbia come primo obiettivo le aree metropolitane che sono quelle più a rischio. Ma di tutto questo non c’è assolutamente nulla, abbiamo solo una legge che impone alle Regioni di fare i Pai, i piani di assetto idrogeologici, ma quella non è un’azione di governo.

Quali sono oggi le zone più a rischio?
 Non si può dire in termini assoluti, ma di certo in generale tutte quelle più urbanizzate. E poi, per la conformazione del territorio, la Liguria, ma anche la Sicilia, si pensi a zone come Messina. Il problema non è solo legato al fatto che le città sono state concepite in maniera selvaggia, ma anche che non si è posta nessuna azione di rimedio. Se oggi ci fossero a ogni costruzione delle misure compensative del consumo di suolo, come ad esempio un sistema di raccolta delle acque, già sarebbe un primo passo, ma non esiste una legge che lo imponga.

Fonte: AgenParl

giovedì 20 ottobre 2011

NO ALLA PEDEMONTANA E PER UN NUOVO MODELLO DI SVILUPPO

Un’opera che in questo momento di grave crisi, anziché inserirsi in una nuova visione economica e sociale basata sui Beni Comuni (unica via di uscita dalla crisi) si fonda ancora una volta sulla distruzione e l’espropriazione del territorio, sulla mancata informazione e il non coinvolgimento dei cittadini, sul modello di sviluppo consumistico e di rapina basato su auto+asfalto+cemento+grandi opere+finanza che ha già messo in crisi le risorse della terra. Partecipiamo tutti



mercoledì 19 ottobre 2011

IL TAR CONFERMA IL BLOCCO DELLA CACCIA IN DEROGA


COMUNICATO STAMPA



Oggi il Tar del Veneto, esaminando il ricorso presentato dalla Lega per l'abolizione della caccia e su richiesta del rappresentante legale dei cacciatori, ha deciso di rimandare la sentenza sulla caccia in deroga al 3 novembre. Di conseguenza la sospensione della caccia in deroga in Veneto viene prorogata fino a questa data. “Si tratta di una notizia eccezionale che consente altri 17 giorni di tregua agli uccelli nel picco del periodo migratorio. A prescindere dalla decisione del 3 novembre, siamo riusciti ad evitare un terribile massacro permettendo alla maggior parte degli uccelli di attraversare incolumi i nostri cieli”, è il commento di Andrea Zanoni,  Presidente della LAC Veneto.

I cacciatori non sanno più che pesci pigliare”, attacca Zanoni, “tant'è che loro stessi arrivano a temporeggiare nel momento in cui passa nei nostri cieli il maggior numero di fringuelli e pispole”. “La verità e che non hanno più argomenti a sostegno di una caccia in deroga in violazione della normativa comunitaria Uccelli. Stiamo andando verso il funerale della caccia in deroga”, continua Zanoni.

Il lavoro che sto facendo anche in Europa, con le mie interrogazioni alla Commissione europea, sta dando i suoi frutti”. Zanoni ricorda che in un incontro che ha tenuto a Bruxelles lo scorso 13 ottobre con un rappresentante del gabinetto del Commissario Ue all'Ambiente Janez Potocnik per parlare della caccia in deroga in Veneto e Lombardia, la Commissione ha confermato che “Bruxelles sta seguendo da vicino il caso e che è decisa a portare il procedimento fino in fondo” contro le violazioni italiane.

Il 5 ottobre il Presidente del Tar Veneto, con decreto n° 810/2011, aveva sospeso la delibera regionale n° 1506 sulla caccia in deroga a specie protette accogliendo così il ricorso della LAC. Dopo il rinvio di oggi, la delibera approvata il 20 settembre scorso dalla Giunta Zaia resta sospesa fino al 3 novembre, quando il collegio del Tar si riunirà per prendere una decisione finale.

LAC - Lega per l'abolizione della caccia Email: lacveneto@ecorete.it
Tel. 0422 591119
Sito www.lacveneto.it

venerdì 14 ottobre 2011

LA FORESTA DEL CANSIGLIO E' UN BENE COMUNE!



Il Patrimonio culturale e ambientale del Veneto non è in vendita!





Siamo ogni giorno più allarmati e  indignati dalle sempre più frequenti  esternazioni  a mezzo stampa della Giunta Regionale veneta
sull'intenzione di vendere a privati il "cuore del Cansiglio", cioè una parte rilevante della Piana: l'Hotel S. Marco, il  campo da golf, il Rifugio  S. Osvaldo,  l'area dell'ex Caserma Bianchin.
E tutto questo viene giustificato con la scusa della crisi economica e della mancanza di risorse, ma in realtà questa vendita permetterebbe di realizzare solo una  manciata di milioni di euro, poco più di una decina. Una cifra irrilevante per il bilancio regionale ed ancora più ridicola  alla luce della notizia di questi giorni per cui è bastato un viaggio a Roma del presidente della provincia  autonoma di Bolzano Luis Durnwalder per "portarsi a casa" ben 74 milioni di euro tirati fuori dai  FAS, "Fondi per le Aree Svantaggiate" ( Bolzano area svantaggiata?).
 Dunque questo è il peso  dei politici veneti a livello nazionale?
Ma se passerà questa vendita, allora si sarà rotta una diga e, al di là delle promesse degli attuali assessori ( chi se ne ricorderà o le rispetterà  fra cinque o dieci anni?) per cui si vende "solo" questa parte, tutto il patrimonio culturale  e ambientale del Veneto sarà in pericolo.
Ora tocca  al Cansiglio, poi sarà il turno di Vallevecchia-la Brussa, della Foresta di Giazza, delle Riserve del Monte Baldo e così via.
Ma è concepibile che l'Antica Foresta del Cansiglio, uno dei luoghi principali dell'identità veneta, il Gran Bosco da Reme  della Serenissima Repubblica di Venezia, che ha resistito integro per oltre 1000 anni, un luogo sacro alla memoria della Resistenza, possa venire smembrato e venduto al miglior offerente?Tutto ciò è assolutamente inaccettabile  e degno solo di una barbarie culturale di ritorno.
Dopo la vendita, casomai avvenisse,  chi parlerà più di Area Protetta o di Cansiglio Patrimonio dell'Umanità - UNESCO?
Ma non era lo Stato centrale, cioè "Roma ladrona", che voleva vendere pezzi delle Dolomiti?
Cisono moltissime altre parti del patrimonio  veneto, sopratutto proprietà edilizie isolate o in disuso, da  mettere sul mercato per "fare cassa", mentre la vendita del cuore del Cansiglio sarebbe una perdita irrecuperabile e una ferita mortale per tutta la popolazione del Veneto e la sua identità storica e culturale, al di là degli schieramenti politici o delle differenti opinioni.
Come cittadino veneto chiedo al Presidente della Regione, alla Giunta regionale, al Consiglio regionale tutto che nessuna parte dell'Antica Foresta del Cansiglio venga venduta. Altra cosa è invece cedere in affitto, anche per un tempo lungo e comunque per finalità compatibili con l'importanza sia naturalistica che storica di questo patrimonio regionale, che quindi  è di tutti, non di pochi privilegiati.
Come cittadino veneto chiedo che la Foresta del Cansiglio venga valorizzata  attraverso la creazione di un'Area protetta  e venga  avviata la richiesta per il riconoscimento di Patrimonio Culturale dell'Umanità-UNESCO.

mercoledì 12 ottobre 2011

CONVEGNO SU VALDASTICO NORD: SOLO PER PERSONE SELEZIONATE


Riporto in seguito, per dovere di informazione, un fatto spiacevole che riguarda il convegno “Valdastico nord: infrastrutture e crescita economica”.
 
 
 Mercoledì 12 ottobre ore 12: telefono all’agenzia Meneghini &associati, che cura l’evento, per sincerarmi di poter partecipare al convegno in qualità di libero cittadino che vuole essere informato sull’opera. Specifico ai lettori che si è trattato di uno scrupolo personale, in quanto avevo già compilato e inviato con successo la scheda d’iscrizione on-line che non fissava  esplicite restrizioni circa il titolo dei partecipanti.
Con mio grande stupore l’impiegata dell’agenzia temporeggia nel darmi una risposta e, stando alla cornetta, sento che cerca numi tra i colleghi. Nello specifico, cita a bassa voce la richiesta dei promotori del convegno “di avere pubblico selezionato, non i no-global”. Mi preoccupo di spiegarle che vorrei partecipare solo a fini informativi e che non sono un no-global: niente da fare, mi richiama dopo pochi minuti con tono dispiaciuto, informandomi che la partecipazione è esclusivamente su invito.
Dopo una simile risposta confezionata al momento per liquidarmi(nel manifesto non era indicato niente di tutto ciò), sento la democrazia e la libertà di informarsi scricchiolare pesantemente. Non nascondo di essere tendenzialmente contrario all’opera, ma vorrei poter sfruttare simili occasioni di informazione per capire perché vogliono sventrare una valle vicentina(in parte al confine con un parco naturale, quello della Val d’Assa) e perché reputano l’interesse economico di pochi più importante dell’ambiente e del patrimonio paesaggistico e idrico del territorio.
Mi amareggia, peraltro, captare il desiderio di chi organizza questo convegno di farlo a porte chiuse, selezionando delle muse appigionate, calpestando gli interessi dei cittadini a cui viene preclusa persino una partecipazione tacita e pacifica.
Voglio rendere pubblica questa esperienza sgradevole per denunciare come viene portata avanti la propaganda di questa discutibile opera, facendo leva solo sugli aspetti economici e manipolando gli eventi per mostrare un’immagine di alto gradimento da parte del pubblico.

FEDERICO STAZZER 

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